Una parola negli occhi

Una parola negli occhi

In un ambiente alpino, coronato dalle guglie dolomitiche, si muovono personaggi molto particolari: un raccoglitore di rifiuti, un becchino, un ragazzo che scrive con gli stuzzicadenti, gli adepti di una setta misteriosa che rapiscono i bimbi appena nati… Ma la vera protagonista è la lingua, in tutte le sue variabili. Lingua scritta, parlata, dialetti, lingue antiche, infantili, libri, manoscritti, disturbi linguistici.
Alla fine il ricco puzzle, narrato con stile originalissimo, ricompone le sue tessere e svela la soluzione del mistero.

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Il romanzo mi è piaciuto e faccio i miei complimenti all'autore: per la lingua accurata e, a tratti, scintillante; per l'inventiva fantastica, che insinua il meraviglioso, se pure colorato in tinte fosche e stralunate, nel quotidiano - così come deve essere, secondo, me, perché possa davvero funzionare -; per il ritmo della narrazione, che non ha cedimenti; per certe scene finali di vivicolore nitidezza stevensoniana.

E' vero, il vero protagonista è la parola, è la lingua (le lingue) ma, forse, ancor prima, il comunicare, l'esprimere e l'esprimersi, il suo senso, le sue modalità e soprattutto la sua necessità vitale. Che, nel romanzo, c'è chi vuole, in nome di una utopia regressiva (domanda: sono forse tacciabili di regressività tutte le utopie, tutti i luoghi che non possono stare in alcun posto tra gli esseri umani?), conculcare.

La prima sorpresa piacevole è stata lo scoprire, ad un certo punto, che il romanzo prendeva una piega di racconto fantastico, con venature thrilling. Io amo la letteratura fantastica - in particolare, sono un appassionato di fantascienza, più di quella scritta che di quella spettacolarizzata sullo schermo cinematografico -.

Un piccolo appunto: ho trovato il protagonismo della lingua eccedente rispetto all'individuazione dei personaggi: tutti parlano allo stesso modo, potenzialmente con eguale ricchezza e densità. Insomma, la lingua non soltanto è la protagonista del romanzo, ma vuole vincere e stravincere. Non sono un tifoso del mimetismo linguistico in letteratura; ma certe volte ho trovato troppo "bella" ed elaborata la parola atteggiata in ragionamenti compiuti sulle labbra della vivace Mantea come su quelle del "funebre" Oskar; nelle tirate logorroiche di Tilde, come in quelle di Assuntina Cantalamessa.

Ciò detto, la lettura mi ha divertito, interessato, stimolato, tenendomi incollato alla pagina, tra l'altro, per sapere come e dove precipitassero gli eventi e come il tutto andasse poi a finire: il che, mi sembra, è il meglio che ci si possa aspettare da parte di un lettore e credo che ridondi automaticamente a onore dello scrittore