Carta Velina

Queste poesie, come ho già detto a proposito di altri autori siciliani, si situano in una discretissima koinè di parole e di atmosfere: un uso delicatissimo della metafora; gesti e piccole cose quotidiane;dolore abbassato di tono fino a coincidere con una acquerellata malinconia; diario minimo; perimetro della casa; finestra. A volte un urlo.

Lo spazio descritto è, in genere, delimitato entro il confine di un tempo minimo – la giornata – disponibile al reale, all’altro, ma senza farsi permeare totalmente.

E lo spazio può essere la minima forma dell’ovale di un viso, soprattutto il foglio su cui si annotano i pensieri, mentre il tempo è il micro tempo dell’accadimento che provoca lo scarto del dolore o dell’improvviso piacere. Per esempio:

*

Vita
chiudiamo questa porta
fa ormai freddo
la tristezza dentro i muri
torniamo alle finestre
ai mille vetri sul mare
alla fine di una strada
a quella volta che mi sei sembrata bella.
( p.70)

Ma, soprattutto, questa poesia, si costruisce sul gioco di metafore in cui splende l’elemento naturale e sensitivo della percezione, quasi che il corpo/poeta volesse sorpassarsi, emanciparsi in altre forme più leggere, meno crudeli. Metamorfosi dell’umano, insomma; somiglianze coi fratelli più grandi o più piccoli di noi che ci vivono.
L’impressione generale che si riceve, è quella di un microcosmo che vuole immagini di sé; piccoli coup de téatre in cui le maschere non adombrano o nascondono, ma piuttosto stimolano le associazioni, come nell’antico gioco delle nuvole.

Il “mi sembra”, “è come…”, riporta questo libro all’immagine di un’Alice nel paese delle meraviglie che, piuttosto che perdersi, cerca di gestire il suo armamentario simbolico conducendolo verso una strada da tracciare con parole e terra. “Il mio nome è Saragei Antonini ma va bene carta, carta velina”…

 

Sebastiano Aglieco (dal sito Compitu re Vivi)